India Arie • La leonessa dal ruggito vellutato

Acoustic Soul, l’album d’esordio della cantautrice statunitense celebra i suoi primi 20 anni!

Ci sono canzoni che si accendono e si spengono in un lampo, musiche che rincorrono il tempo, lo attraversano, a volte sembrano leggere i nostri capricci umorali, a volte riescono a rinchiuderci in un attimo, come l’effetto di una formula magica aprono le porte della nostra percezione nella quale talvolta riscopriamo l’essenza della nostra personalissima felicità; molte volte il “colpevole” di tali stravolgimenti tanto inaspettati quanto rivelatori è ciò che identifichiamo come Soul.
Una Musica per niente elitaria e pretenziosa, talmente modulare e modulata da incrociare le vite di ognuno di noi, e lo fa, lo ha fatto, lo farà ancora, con le ballate sensuali di Marvin Gaye, con i virtuosismi di Stevie Wonder, con l’energia di Otis Redding, il calore di Aretha Frankin e via di questo passo tra arrangiamenti memorabili, groove incalzanti e voci sensazionali.

Nelle pubblicità che in TV si alternano tra un reality e l’altro, tra un film e l’altro, queste musiche irrompono con la loro innata spontaneità, come quella incarnata dall’immenso Bill Withers che con la sua “Ain't No Sunshine” è riuscito a dare a questa forma di espressione musicale una dimensione intima, quasi confidenziale ma alleggerendone quella scorza ruvida tipica del Blues per trasformarla in qualcosa di più universale e in qualche modo immortale.

Una chitarra, una voce, un microfono ed ecco India quarant’anni dopo Withers riportare e al tempo stesso sospingere verso nuovi orizzonti sonori una Musica che non ha la pretesa di parlare alle masse in maniera sguaiata o risentita, ma semplicemente passando attraverso il nostro sentire, il nostro “guardarci dentro”. India esercita esattamente questo magico potere con le canzoni contenute in Acoustic Soul, un titolo che descrive come meglio non si poteva l’opera di questa straordinaria cantautrice.

Modernità e semplicità si fondono in unico inconfondibile colore, la linearità a tratti disarmante delle stesure, l’emotività sincera e spontanea dei testi e il suo arioso e seducente modo di cantare ti accarezzano l’anima, e sembra come quando passi le punta delle dita sul velluto e quel senso di delicatezza ti pervade fino ad ingentilire ogni tuo pensiero anche il più sinistro.

La sua voce racconta se stessa, della sua gente, del mondo attorno a lei e soprattutto della Musica che ama, un disco da ascoltare e da condividere, ma soprattutto da desiderare e fantasticare come quando immaginiamo un luogo remoto dell’Africa, dove ancora l’uomo ancora non c’è ma solo la sua immacolata anima.

Cristiano Contin

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