Milleluci e mille ombre sulla deriva del mondo della TV

Un gigante della televisione come Raffaella Carrà viene a mancare e inevitabilmente si riaccende il dibattito, a volte retorico, altre volte nostalgico, altre ancora fintamente critico-celebrativo, su com'era una volta e com'è oggi.

Tutto legittimo e comprensibile ma innegabilmente ipocrita poiché il processo di impoverimento culturale intrapreso dalla TV nazionale è iniziato più di trent'anni fa, che piaccia o no con una sorta di adeguamento al trend di mercato sorto con l'avvento delle TV cosiddette commerciali.

Ergo non sono o non solo dovrebbero essere le scomparse dei vari Enzo Tortora, Walter Chiari, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Corrado o Mike Bongiorno, solo per citarne alcuni, a dover di volta in volta sollevare quel puerile e alquanto sterile residuo di senso critico rimasto nelle nostre aride e lobotomizzate coscienze, poiché quello stesso disagio, tanto repentino quanto disatteso presagio al quale abbozziamo una timida e sconsolata reazione è a sua volta finemente manipolato all'istante con una serie infinita e scomposta di brevi contenuti sulle carriere di tali personaggi che tra Techetechetè, link YouTube, salotti TV improvvisati con altrettanti improbabili ospiti che riportano insignificanti aneddoti e via di questa lena, il risultato è, da un lato di sedare ogni nostro impulso provocatorio e dall'altro colmare la nostra naturale esigenza di ripercorre, rivedere e rivivere alcuni dei passaggi salienti di tali carriere.

La nostra facoltà di scegliere arbitrariamente e soggettivamente quando e cosa rivedere è accuratamente monitorata e soddisfatta da ciò che algoritmi e palinsesti riescono a programmare con diabolico tempismo.
Tuttavia una inconscia e alquanto grottesca sensibilità fanno sì che alcuni estratti integrali della TV in bianco e nero siano consultabili, magari solo per un periodo, magari senza dirlo troppo in giro, ma per nostra fortuna e arguzia ci sono.

Uno di questi cimeli è sicuramente Milleluci, trasmissione Rai del 1974 che attualmente è visibile sulla piattaforma digitale RAI play.
Una trasmissione simbolo, la cui sola descrizione basta e avanza per comprendere l'abisso che separa un'epoca in cui, contenuti culturali, competenze professionali, talenti individuali e scelte artistiche costituivano la base per "programmare" un qualsiasi show televisivo. La regia affidata ad Antonello Falqui è quanto di più raffinato, dinamico e moderno, in quest'ultimo caso nell'accezione più elevata del termine, si possa immaginare. Le musiche di Gianni Ferrio, a cominciare dal brano di apertura “Din Don Dan”, magistralmente eseguite dall'orchestra fanno subito capire che innovazione, gusto, contemporaneità e cura del suono e del dettaglio sono il segno distintivo di musicisti e interpreti. Le coreografie di Gino Landi sono quantomai sorprendenti e affascinanti riuscendo ad esaltare ancor di più le inquadrature, le musiche e i costumi unitamente alle scenografie che magicamente si colorano nell'immaginario dello spettatore. E poi Mina e Raffaella Carrà che ridefiniscono insieme i concetti di equilibrio, sobrietà, provocazione e non ultima di femminilità.
Otto puntate che ripercorrono la storia dello spettacolo, dell'intrattenimento, dalla radio al cabaret, dal cinema al musical e così via.

Chiederci che cosa possiamo trovare di quel modo di fare spettacolo nella TV di oggi è a dir poco superfluo e a mio modo di vedere anche patetico, poiché ciò che in quegli anni settanta veniva rappresentato semplicemente non esiste più e non per un fatto meramente anacronistico ma per la cancellazione progressiva e sistematica da un lato del processo creativo e dall'altro della capacità di sviluppare un senso critico in modo sereno e non vincolato a paradigmi precostituiti.
Se da una parte siamo portati a credere di avere una illimitata capacità di scegliere cosa vedere o ascoltare, dall'altra non ci accorgiamo che non siamo più capaci di distinguere la seta dalla carta, poiché che ci piaccia ammetterlo o meno c'è qualcuno o qualcos'altro che si sostituisce al nostro arbitrio in tale mansione.

Ci dicono che la salute sia il bene più prezioso, io vi direi umilmente che non sono poi così d'accordo, credo infatti che il tempo lo sia molto di più. Cercate quindi, qualora lo riteniate un buon consiglio, di prendervi un po di quello spazio temporale per uscire dall'ombra in cui ci vorrebbero relegare per inondare di luce le vostre anime ascoltando un album dall'inizio alla fine, leggendo un libro che possa farvi immaginare un mondo che non conoscevate o guardando con la vostra famiglia o i vostri amici una puntata di Milleluci in onore a Raffaella Carrà, a Mina, e al vostro innato senso della bellezza.

Cristiano Contin

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