Max Lazzarin • Uscito il nuovo album Struck: dodici storie e un pianoforte in una stanza per poterle raccontare

Le immagini non hanno tempo, le immagini sono il tempo e in molti casi sono anche il luogo in cui l’anima e i suoi ricordi trovano rifugio.
Così chiudo gli occhi e in meno di un istante mi ritrovo al centro di una stanza, quasi sospeso, circondato da oggetti e colori, dietro di me, su una scrivania una matita consumata sembra puntare il dito sullo schermo nero di un computer che ha tutta l’aria di essere stato spento da poco non foss’altro per il rumore della ventola al suo interno ancora intenta a raffreddare il processore, o forse è quella che rotea lentamente sopra la mia testa, non so. Lo sguardo vigile e financo curioso di un cane accovacciato su una vecchia poltrona di pelle attira la mia attenzione, mi osserva e mi guida verso un suono che odora di legno e di vernice. Ora, sono sopra i tasti ingialliti di un vecchio pianoforte a muro, la luce riflessa di una lampada trasforma l’avorio nel moto ondoso del mare, e d’un tratto capisco che non sono solo, le prime note di una canzone disegnano un tramonto ai piedi di una collina, una voce trasognante e melanconica si insinua come il libeccio tra le pareti della stanza e si mescola al riverbero polveroso e accomodante del pianoforte; è tutto così intimo e lontano allo stesso tempo che ogni cosa, ogni singolo oggetto, ogni ricordo, perfino le bugie e i desideri sembrano trovare il loro posto nel mondo.

Sono partito da quella stanza, da quel luogo intimamente personale e così comune a tutti i musicisti e artisti in genere così difficile per non dire impossibile da raccontare e tradurre o riprodurre in un’opera perché arrivato a quel punto dell’ascolto ho come avuto la sensazione di poter scrutare e percepire anche se magari solo in parte ciò che il cuore di un artista trasmette in Musica quando è veramente solo al cospetto della propria coscienza.
Così Max ha pensato di ricreare quella magia, di riportarla all’essenza, al momento del più segreto dialogo con la nostra anima, registrando “Not Me” nel luogo dove lui come è plausibile ognuno di noi, anche e non necessariamente attraverso una canzone, cerca di raccontare sé stesso.

Avevo incontrato Max circa un anno fa in videochat per parlare di Blues e del Blues non solo come genere ma come concetto e in quell’occasione il disco che ho cercato di introdurre era in fase di lavorazione.
Ora quel disco è finalmente una piacevole, sorprendente e disincantata realtà.
Quest’ultimo aggettivo me lo ha suggerito in qualche modo lo stesso Max quando ci siamo risentiti per parlare di Struck, questo il titolo scelto dall’artista per il suo album, poiché quella naturale e spontanea propensione nell’uscire e rientrare a piacimento dagli schemi del musicista veneto, sempre ammesso che fossimo tentati nel trovare a tutti i costi dei riferimenti, è senza dubbio una delle sue principali caratteristiche e, tenetevelo per voi, posso dirvi che di rientrare in un certo cliché Max proprio non ne vuol sentir parlare e in questo non posso che appoggiarlo senza esitazione alcuna.

Ed ecco che i blues di Max diventano o sarebbe meglio dire assumono le forme, ricalcano le movenze, disegnano i caratteri, raccontano le storie delle donne e degli amori della sua vita accompagnate da ritmi sempre diversi rimbalzando e mescolandosi tra le varie sfumature stilistiche ma rispecchiando a pieno la personalità eclettica, trasognata e talvolta romantica di Lazzarin.
Cantare e suonare dei propri amori è, in fondo, un modo per parlare a noi stessi e di noi stessi; in questo Max si rivela un maestro assoluto di semplicità e sincerità, la sua voce calda e ruvida sembra come trascinarsi, quasi a rincorrere il tempo, quasi fuori tempo, ma è solo una sensazione, è in sostanza il marchio di fabbrica di un cantante e di un musicista che si trova completamente a proprio agio nel tessuto armonico e ritmico architettato per lui dai musicisti che hanno collaborato alla realizzazione di Struck negli studi di Area 51 Records di Trieste sotto la sapiente guida di Moreno Buttinar e Davide Linzi.

Se le storie raccontate dalle canzoni sono peculiari, accattivanti, esilaranti e talvolta struggenti altrettanto si può dire degli arrangiamenti che rimbalzano con noncuranza da New Orleans a Liverpool portandosi dietro quell’irriverenza e quella spavalderia tipica del maschio cosiddetto latino così sarcasticamente impersonato dall’interpretazione di Max.
Il suono è tuttavia univoco, omogeneo e mai banale, la ritmica affidata alla batteria di Moreno Buttinar e al basso di Roby Maffioli è incalzante, presente ma non invasiva così come la chitarra di Mike Sponza, uno che di “chilometri” ne ha consumato un bel po’ e che ha impreziosito con il suono e soprattutto con le idee la Musica di Max: a completare il tessuto sonoro ci sono i deliziosi interventi di Angelo Chiocca al sax a partire dalla divertentissima “A Girl With A Knife” (ragazza col coltello) in poi.

Da "Keep Calm, Girl "a "Secret Diary" è una continua scoperta e interpretazione di stili per ritrovarsi improvvisamente in quella stanza dove Max ci concede una breve sbirciatina al profondo del suo cuore con la tenerissima "Blue" dedicata alla figlia.

Poi il viaggio ricomincia in un vortice di ritmi ed emozioni, fino ad arrivare a quelli che i più bravi definirebbero i singoli per i quali Leonardo Zannier e Gerry Zannier hanno curato i cori, ovvero "Misantrophy" brano da cui è tratto il divertentissimo video presente in fondo all’articolo e ovviamente "Struck" che dà il titolo all’album.

Un totale di dodici tracce prodotte da Epops Music, mixate da Davide Linzi all’ Area 51 Records di Trieste e masterizzate a Londra nei mitici Abbey Road Studios da Frank Arkwright.
La parte grafica è stata affidata a Simone Filippi.

Ora che quelle storie sono diventate canzoni, possiamo ascoltarle, accompagnarne le cadenze o immaginare di uscire da quella stanza sapendo che anche in questa occasione la Musica ci avvicina alla parte più autentica di noi stessi e in qualche modo ci lega gli uni agli altri senza pregiudizi e senza fare, mi raccomando, troppo rumore.

Cristiano Contin

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